C’ERA UNA VOLTA IL VELINO

 

By  Luca Malatesta

 

 

 

Cominciai la mia avventura con la pesca a mosca proprio li; sul magnifico Velino.

La storia risale a circa 25 anni fa, quando per la prima volta affrontai la regina di queste acque strepitose e limpide, con una bolognese di circa 4 metri, pescando al tocco, come è ancora in uso da quelle parti: filo di piombo a fine lenza ( 0,20 ), bracciolo di venti centimetri ( 0,18 ), amo dell’otto, verme o camola. Ricetta molto semplice e di facile costruzione, non so se esatta nelle proporzioni, ma di sicura efficacia in quelle acque cosi veloci e piene all’epoca di trote affamate, che non esitavano un solo istante ad afferrare tutto ciò che di commestibile gli passava a tiro di bocca.

Ricordo ancora la mia prima apertura alla trota sul Velino (nel tratto alle spalle di Canetra, paesino nel comune di Castel S.Angelo provincia di Rieti, che detto tra noi, è il paese in cui solitamente risiedo durante il periodo estivo), non per la quantità di trote catturate, appena tre, ma per lo splendido paesaggio in cui mi trovavo e la mia inopportuna azione di pesca; lanciare a monte al centro del fiume ed aspettare eventuali toccate.

All’epoca il tratto di fiume che va dalla cascata fino alla prima diga più a valle, era libero e si poteva pescare tutti i giorni della settimana e senza l’obbligo del tesserino provinciale, così quando il tempo lo consentiva ero li sul fiume, ma torniamo all’apertura.

Sveglia alle 05:30, caffè e via sul fiume. Come attraverso il ponte prospiciente la ferrovia, incrocio un amico del posto che tornava dal fiume e gli domando dove stesse andando e lui mi fa:”vado a casa a posare queste trote e poi ritorno!”. Ragazzi, nel cestino ne aveva 25, contate personalmente una ad una. Era gia un ora che pescava prima dell’orario consentito e visto che di trote ne avevano immesse parecchie, 25 non bastavano. Mi avvio così alla ricerca di un posticino libero da cui iniziare a pescare e faccio la mia prima trota in fiume. Ad un certo punto mi sento avvicinare alle spalle; era il mio amico che mi fa:”c’hai buttato lì?” ed indica una buchetta si e no di 40cm. di diametro, contornata da piante e tronchi dove soltanto un pazzo che aveva voglia di perdere amo e piombo avrebbe gettato la sua lenza; gli rispondo di no, che non avevo provato. Così lui cala la sua lenza nell’anfratto e io lo osservo. Canna nella mano destra, con la sinistra tiene il filo che fuoriesce dal mulinello, tra lo stesso e il primo anello della canna e lo sento che mormora: “ eccola, la sento, dai bella! “ all’improvviso ferra e mi porta via una bella trota da sotto i piedi.

A questo punto lo minaccio che se non se ne gli rompo la canna in testa e lui con un sorriso mi lascia solo a riflettere.

Ho provato anch’io in quel buco ed ho catturato la mia seconda trota.

Da quel giorno ho imparato ad affrontare il Velino in maniera diversa e insieme a quell’amico ci siamo divertiti tantissimo negli anni a venire, fino a che io non ho scoperto la pesca a mosca.

Mi sono appassionato a questo tipo di pesca seguendo Fish Eyes in televisione aspettando solo i servizi sulla pesca a mosca. Così tramite un amico di mio padre, acquistai da lui, la mia prima canna da mosca, una Hardy in bamboo a sole 100 mila lire mulinello autocostruito e coda # 6 tutto compreso. Aspettai l’estate impaziente di potermi cimentare in questa “nobile”pesca, pur sapendo che non sarebbe stato facile per un autodidatta.

Arrivato agosto, con mia grande sorpresa, trovai le tabelle di divieto di pesca nel tratto che tutt’ora è divieto: dalla diga al ponte della ferrovia di Canetra. Rimaneva a disposizione il tratto a monte del ponte fino alla cascata, poi di nuovo riserva.

 Prima il fiume non era così, bello pulito, accessibile a tutti anche senza l’ausilio di stivali alti, ma era rigoglioso di vegetazione sia sulle rive che dentro l’acqua, descriveva più di una curva con profonde buche dove la trota poteva trovare rifugio. Per questi motivi era già un’impresa raggiungere l’acqua, poi gli alberi e i cespugli, rendevano il lancio pressoché impossibile a meno che tu non riuscivi a raggiungere il centro del fiume, se il livello dell’acqua te lo permetteva, o se possedevi una tale tecnica che ovviasse al problema; a me restava solo la prima possibilità. Cominciai i primi lanci, brutti, corti, senza ne capo ne “coda”pescando l’acqua e non solo quella, anche arbusti di vario tipo, rami, rovi di more, ranuncoli affioranti, ma di trote neanche l’ombra, o meglio, le vedevo saettare veloci al mio passaggio e questo mi rinfrancava; sarà per domani pensavo. Così il giorno dopo di nuovo sul Velino; un altro cappotto e un altro ancora…..stavo quasi per gettare la spugna e ritornare alla mia fedele quattro metri, quando un pomeriggio accadde l’inaspettato.

All’epoca avevano immesso sul mio tratto preferito centinaia e centinaia di avannotti, che vuoi per la taglia, vuoi per l’inesperienza, aggredivano qualsiasi cosa si posasse sulla superfice dell’acqua.

Percorrevo un tratto bellissimo, ormai sparito, era come entrare in un tunnel costruito da alberi e piante, a malapena riuscivi a scorgere il sole, livello dell’acqua sui 50cm, dovevi per necessità lanciare con la canna parallela al fiume e per me non era impresa facile, concentrato soltanto a non perdere la mosca su qualche ramo e poi vederla scendere veloce verso di me intento a recuperare spire di coda; una trota bollò sulla mia imitazione, trovandomi così impreparato, che non tentai nemmeno la ferrata; rimasi immobile a bocca aperta: ma allora questa pesca funziona, si possono veramente catturare pesci. Il lancio successivo lo feci con molta più attenzione, con ogni muscolo contratto, pronto a scattare……..e presi la mia prima trota a mosca, un “ mostro “ di ben 12 centimetri, ma pur sempre la mia prima trota.

Oggi quando ritorno sul Velino, rimpiango un po’ il “vecchio fiume”perché ormai si è cambiato d’abito, è più pulito sia dentro che fuori, passi fuori per agevolare chiunque voglia avvicinarlo, ma dentro mi sembra veramente un sacrilegio, a Vasche sembra sia passato Attila: dove passa lui non cresce più erba. Se togliamo anche il ranuncolo che cresce spontaneo nell’alveo e da rifugio alla trota, gli porta cibo, permette la riproduzione di quegli insetti a noi tanto cari, cosa ci rimane?

Ci rimane solo un deserto di bei ciottoli bianchi che se vuoi puoi collezionare, ma della presenza di pesci neanche una foto ricordo.

Dopo tanti anni ritorno ancora sul Velino con la speranza di divertirmi……anche se quello che era, ormai non è più.

 

 

Voglio dedicare questo scritto a tutti gli amici del DANIKA FLY CLUB di Roma, di cui sono da poco un nuovo adepto.